Orfani bianchi, di Antonio Manzini


"Che paese è quello che ti costringe a partire e andare a vivere in una famiglia straniera incapace di badare ai propri anziani costringendoti a sputare sulla tua?"


Una società che non sa prendersi cura dei propri anziani non può dirsi "civile". Questa è la prima cosa che mi sento di dire dopo aver girato l'ultima pagina di questo struggente romanzo di Antonio Manzini, autore noto agli italiani per la serie di gialli che hanno per protagonista il vicequestore più amato dagli italiani - Rocco Schiavone - ora alle prese con una storia totalmente diversa, raccontata dal punto di vista di una giovane donna moldava - Mirta Mitea - che per sopravvivere e dare un futuro al proprio figlio adolescente, è costretta ad abbandonarlo in un orfanotrofio e a trasferirsi a Roma per lavorare come badante di anziani decrepiti e rancorosi, a loro volta abbandonati dai propri figli.

Manzini è bravissimo a farci entrare nella vita di Mirta e di tanti immigrati come lei, schiavi del nostro benessere drogato, che si sobbarcano le cure di chi dovremmo amare ed accudire noi, talvolta con la dedizione di un figlio, talvolta con la rabbia di chi è tenuto alla catena e disprezzato perché considerato diverso, inferiore, trasparente e che non a caso Manzini definisce "il più grande disastro antropologico dei nostri tempi". E ci fa toccare con mano il dramma degli orfani bianchi, migliaia e migliaia di bambini e ragazzini separati dai genitori e spesso rinchiusi in orfanotrofi squallidi e freddi, ultimo retaggio di un regime che ha ucciso le speranze di milioni di persone, lasciandole in preda alla fame e alla disperazione per un futuro inesistente.

Non dimenticherò mai la forza e la rabbia impotente di Mirta, la disperazione di Ilia, il buon cuore e il calore di Pavel. Ma soprattutto non dimenticherò mai la bassezza dei figli degli anziani accuditi da Mirta, il loro egoismo, la totale mancanza di un briciolo di umanità. Uno dei romanzi più duri che mi sia mai capitato di leggere, me ne vale davvero la pena perché forse è arrivato il momento di dire basta a questo tipo di società.

Antonio Manzini parla di Orfani bianchi

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